Notizie

Domani, 00:00
meteo E-SE
12°C 15Km/h
Domani, 06:00
meteo E-SE
14°C 21Km/h
Domani, 12:00
meteo S-SE
24°C 26Km/h
Domani, 18:00
meteo NO
16°C 10Km/h
meteo SE
13°C 18Km/h
meteo S-SE
13°C 16Km/h
meteo SE
13°C 18Km/h
meteo S-SE
13°C 16Km/h
meteo S-SE
13°C 16Km/h
meteo S-SE
13°C 16Km/h
meteo SE
12°C 20Km/h
meteo E-NE
13°C 6Km/h
meteo E-NE
13°C 20Km/h


Paese

Dati Generali
Il paese di Sardara
Sardara è un Comune della nuova provincia del Medio Campidano. È situato a 163 metri sul livello del mare. Conta 4305 abitanti. Fa parte della XVIII Comunità Montana “Monte Linas?. Dista 53 km da Cagliari. È un importante centro agricolo del Campidano, noto anche per le sue Terme. Si deve ai romani la costruzione delle terme, chiamate Neapolitane, situate in località Santa Maria.
Il territorio di Sardara
Altitudine: 37/372 m
Superficie: 56,11 Kmq
Popolazione: 4350
Maschi: 2136 - Femmine: 2214
Numero di famiglie: 1434
Densità di abitanti: 77,53 per Kmq
Farmacia: via Principe Amedeo, 5 - tel. 070 9387060;
Guardia medica: via Fontana Nuova, 3 - tel. 070 9387263
Carabinieri: via Umberto I, 10 - tel. 070 9387022

FotoGallery



Storia

SARDARA, villaggio della Sardegna nella provincia d’Isili, compreso nel mandamento di s. Gavino della prefettura di Cagliari, e nell’antica curatoria di Monreale, che fu uno dei dipartimenti del regno di Arborea.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39°, 36' 40" e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0°, 17'.

Siede sulla falda dell’ultima eminenza di quella piccola catena di colline, che da Sellori si prolungano per sette miglia nella direzione del maestrale, e fiancheggiano a quella parte il Campidano di Sangavino.

Quell’ultima eminenza sorgendo tra il maestro e greco-tramontana ripara il paese dagli aquiloni, le altre lo proteggono dal scirocco-levante, ed il notevolissimo colle del vecchio Castello, che comincia a sorgere a piccol tratto dalle abitazioni e ha la sommità a mig. 1 5/6 nella direzione del libeccio, lo difende in parte dal medesimo. Resta quindi esposto al ponente, al maestrale, al greco, al levante, all’austro.

Il caldo estivo, se non è così forte, come nei sottoposti campi, è però molto molesto, quando non regni il maestrale o il ponente, e più ancora quando domini alcuno dei venti meridionali; il freddo è mitissimo nell’inverno, quando taccia il maestrale e il ponente, e sentesi una temperatura di primavera.

Le pioggie sono rare nell’estate; i temporali molto più rari, e ordinariamente poco nocivi. Anche la nevicazione è una meteora rara, in pochissima quantità, e prestissima a svanire.

L’umidità non incomoda, e la nebbia vi si vede assai lieve, se non sia trasportata dalle terre basse, o dal golfo e dagli stagni di Marceddi.

L’aria ha poca impurità per le esalazioni dei terreni pantanosi e per i miasmi prodotti dalla corruzione delle materie vegetali ed animali, se pure il vento non vi trasporti da altre parti quella malignità. Il prosciugamento dello stagno di Sellori è stato un beneficio anche per Sardara, perchè frequentemente i miasmi di quel bacino si volgeano in questo paese dai venti australi. Con poca cura si potrebbe bonificar di più.

Sardara è così situata, che gode d’un bellissimo orizzonte.

Le vie, che dividono in molti gruppi, o isole, le abitazioni, sono irregolari in ogni rispetto, alquanto polverose nel tempo asciutto, e fangose nell’inverno, il che prova la grave negligenza del municipio, che potrebbe renderne migliore il suolo con le pietre, che non mancano.

Le case hanno tutte il cortile, nel quale sono loggie e tettoje per le bestie di servigio, e trovasi il forno e il pozzo, e di rado manca il letamajo e qualche albero fruttifero. La costruzione è poco solida, ed è in pochi punti che vedesi migliorata.

Nelle case di famiglie povere si hanno spesso tre camere, una per la cucina e la macina, l’altra per dispensa e magazzino, la terza per il letto, nel quale si ripongono i cesti, o bugnoli per conservarvi il grano della provvista e della seminagione: in quelle di famiglie agiate le camere sono in maggior numero, e non poche sempre preparate per gli ospiti. La costruzione è in pietre, e non si usano i ladiri (lateres), mattoni crudi.

Territorio. La superficie del sardarese può computarsi di circa 18 miglia quadrate, ed ha i termini verso libeccio e ponente più distanti dalla popolazione, che altrove, massime verso tramontana e greco, dalla qual parte si avvicinano molto a questo paese quelli di Forru e di Villanova-Forru.

Le eminenze più notevoli sono la Punta di Nuragi-Colombus, Genna-Maria un po’ sotto il levante del predetto e Monte Reale. Notasi poi un piccol pianoro a miglia 2 al ponente del paese, una porzione del quale è dentro della circoscrizione di questo territorio. Esso sembra parte dei tre consimili rialti, uno dei quali è al suo maestro, l’altro a greco-tramontana, e l’ultimo prossimo a questi, che sorge a ponente di Mogoro.

In altri tempi era bosco in Monreale e al suo piede contro maestrale e libeccio; ora quei luoghi sono sgombri, e vedesi raro qualche meschino avanzo del-l’antica selva.

Gli arbusti più frequenti sono i mirti. Il lentisco e il cistio è sparso raramente.

Le volpi, le lepri e i conigli sono le sole specie che trovano i cacciatori, e non sono sempre fortunati. Anche le pernici sono in piccol numero; in maggior famiglia i colombi: nelle rovine del castello si vedono molte cornacchie, ed alcuni astori.

Nelle roccie sardaresi è frequente il calcedonio con cristalli di quarzo, che in qualche parte volge al ceruleo e trovasi racchiuso in altro più oscuro che varia in selce piromaca; altrove volge al rosso, e trovasi andando dal paese verso tramontana; altrove mostrasi bianco, come quello che si osserva presso la via a Mogoro.

Questo minerale è in continuazione da Sardara verso Masullas.

Devesi pure notare la roccia trachitica, sulla quale trovasi in qualche parte il calcedonio, quindi l’agata fasciata, che volge dal bianco al bigio, il diaspro verde fasciato esso pure di colore roseo, la calce carbonata romboidale, e la carbonata compatta.

Le fonti d’acque potabili sono pochissime, e meritano appena essere indicate: sa Mitza de Francu a piè di Monreale verso libeccio; la fonte comune presso il paese, dalla quale attinge il popolo; quindi sa Mitza de Mortargius.

I pozzi del paese danno acque pesanti, le quali però non si adoprano che per lavare e abbeverare il bestiame. Ma si comincia a formare delle cisterne.

Nella campagna prossima al castello in una valletta (roja) è un pozzo, che, dicono Funtana de Ortu de Cossu. Ha nelle sue pareti molti nidi di colombi, ma per la troppa profondità nulla giova agli agricoltori, che lavorino nelle vicinanze.

Acque termali. A un miglio e mezzo di Sardara, al suo ponente-libeccio, nel piano presso la chiesa di s. Maria de Aquas sono diverse fonti, alcune dentro la camera de’ bagni, e più altre fuori, tre delle quali sono molto abbondanti, sì che si può farvi gualchiera per sodare i panni, che si lavorano nei paesi vicini. L’area, in cui si trovano passo passo queste fonti è di circa cinque starelli. L’analisi delle medesime operata in Torino dal cav. professore Cantù e da altri chimici è così riferita dal conte La-Marmora.

Gaz-acido carbonico, idrogeno solforato, soda carbonata, soda solforata, soda muriata (idroclorata), magnesia solfata, senza indicazione delle rispettive quantità.

La temperatura di queste acque fu ritrovata dal detto La-Marmora di 48° di Réaumur essendo quella del-l’atmosfera al 15°.

Forse analizzandole nello stesso luogo si avrebbe una più esatta definizione delle medesime. Il signor Efisio Udu abile e dotto chimico sardo, doveva occuparsi di questa operazione; ma dopo scorsi tanti anni non pare che abbia fatto ancora questo che aveva proposto o commesso. Fa veramente onta che in un paese dove sono due università e due professori di chimica non si sieno ancora analizzate nè queste, nè tante altre fonti termali e minerali, che sono sparse nell’isola.

Acido borico (?) Alcuno ha preteso di averlo riconosciuto ne’ fanghi; ma forse fu una illusione.

Sussiste ancora in costruzione romana la casa de’ bagni. Notasi un vestibolo, quale pare esser stato, quindi la sala del bagno, dove sono scavati tre bacini, dai quali rigurgita l’acqua e formasi un rigagnolo accresciuto da altri fili di acqua.

Nel lato sinistro del vestibolo vedesi una camera che mette in una galleria lunga quanto la sala, dove forse abitava il curatore della terma. La galleria comunicava con la sala del bagno, e aveva uscita fuori dell’edifizio. Resta ancora la volta solida e arcuata della sala e del vestibolo con uno sfiatatojo nel mezzo.

Uno di detti bacini è quadrato, gli altri due sono bislunghi e divisi in due vasi per un muretto, in uno dei quali vi è l’acqua calda al grado indicato, nell’altro la tepida.

Non potendo persone avvezze ai comodi restare in quei disagi, che ognuno intende, si servono delle acque e dei fanghi trasportati, e non vi concorrono che gli ammalati poveri.

Le acque di Sardara sono le Acque neapolitane, delle quali è menzione nell’Itinerario di Antonino. Esse sono indicate a M. P. (miglia romane) XXXVI da Othoca (Oristano) e ad altrettante da Cagliari, come se fosse quello il punto intermedio della strada da Cagliari ad Othoca; ma siccome non è vero che dall’acque di Sardara ad Oristano vi sieno tante miglia romane, quante dalle stesse a Cagliari; però devesi credere che per disattenzione de’ copisti siansi dalle acque ad Othoca notate XXXVI in vece di XXVI, o

XXVII.

Popolazione. Si numerano anime 2400, distinte in maggiori di anni 20 maschi 598, femmine 590, e in minori, maschi 552, femmine 560, distribuite in famiglie 570.

Lodasi il carattere dei sardaresi, perchè studiosi del lavoro, rispettosi della legge, delle autorità e delle persone onorevoli, pacifici, religiosi e sobri: quindi i delitti sono rarissimi.

Considerati nel fisico sono persone robuste e di forte sanità, ma di migliori forme gli uomini, che le donne. Le malattie più frequenti e spesso micidiali sono le flogosi addominali nell’inverno e nella primavera e le febbri periodiche o perniciose. Muojono molti di dolor laterale talvolta per la poca attenzione a premunirsi contro le brusche variazioni atmosferiche. Non sono rari gli ottuagenari e vedonsi esempi di longevità secolare nella classe meno disagiata.

Per la cura della salute si hanno un dottor chirurgo, 2 flebotomi, 2 farmacisti: per le partorienti 2 levatrici.

La vaccinazione si fa con rare contraddizioni.

In numero medio si computano annualmente nascite 80, morti 45, matrimoni 20.

I guadagni dei figli e delle figlie lasciansi ai medesimi, e con questo provvedono per il matrimonio i giovani acquistando gli istrumenti agrari, il carro e i tori, le fanciulle tutto quello che serve per l’addobbo della casa.

Professione. Sono applicate all’agricoltura persone 740, de’ quali 490 maggiori e 250 minori; alla pastorizia 80, a’ vari mestieri di ferrari, falegnami, muratori, fabbricatori di mattoni e tegole, sarti, calzolai, sellai 65, carrettieri 50. Di questi mestieranti non pochi sono compresi nel novero degli agricoltori.

Nelle professioni liberali sono a notarsi cinque notai, e quelli che s’indicarono nella cura della salute pubblica.

Le famiglie nobili sono tre, gli Orrù, i Serpi e i Diana. Le più ricche saranno dieci, le benestanti 40, le poco o nulla agiate 460.

Le proprietà sono maldivise, perchè le 50 maggiori sono due terzi di tutta la massa delle proprietà. Se altro non si possiede si ha almeno propria la casa.

Quasi in ogni casa si ha il telajo, e nelle più agiate, dove sono molte ancelle, ve n’ha due e più. Lavorasi in lana e lino, e si fabbricano tele e coperte di letto (fanugas) per il proprio uso.

Le ricreazioni pubbliche si riducono a’ soli balli ne’ giorni festivi. Lo zampognatore conducesi dai giovani, e questi contribuiscono tanto di grano per ciascuno, che si ha una somma di circa 30 starelli.

La scuola primaria frequentasi da circa 20 fanciulli con pochissimo profitto. Le persone che in tutto il paese sappian leggere e scrivere, esclusi i preti, non sono più di 20.

Il consiglio comunale è composto di 7 soggetti.

Il corpo barracellare per la custodia delle proprietà non ha più di 17 uomini, compreso il capitano.

Agricoltura. I terreni sardaresi della pianura impiegati nella cultura dei cereali sono di prima forza; le colline attissime alle viti ed alle specie fruttifere.

La quantità che si semina suol essere di starelli 2500 di grano, 600 d’orzo, 700 di fave, 5 di meliga, 50 di legumi, 20 di lino.

La fruttificazione in annate buone dà il 20 del grano, e quasi altrettanto dell’orzo e delle fave; nelle scarse la metà e anche meno. Il lino produce poco, se non abbondano le pioggie. Le lenticchie sono la specie più comune de’ legumi.

Il monte di soccorso è bene amministrato ed ha fiorenti i due fondi, il granatico ed il nummario.

Nell’orticoltura impiegansi circa 10 starelli di terreno, e non più per causa che mancano le acque. Si coltiva da pochi la patata: i melloni sono stimati per il sapore.

Il vigneto occupa forse più di 500 starelli di terreno, ed ha tutte le varietà d’uve, che si coltivano nelle regioni più vinifere. I vini comuni sono buoni, sebbene non manipolati con buon metodo: i vini gentili di molte qualità e molto pregiati: i migliori sono il moscato, il cannonao, la monica e la malvagia. Se ne vende ad altri paesi.

Anche del vino comune si ha un superfluo, che parte si vende, parte distillasi da tre lambicchi. I sardaresi non bevono molto e amano poco i liquori.

Vendesi pur della sapa.

Gli alberi fruttiferi saranno in totale non più di 10 mila e di non molte specie. Le frutta sono di ottimo gusto perchè generate in luoghi asciutti.

La specie de’ gelsi non conta più di 400 individui, e non si è ancora tentata da alcuno la coltivazione de’ bachi.

Quella degli olivi è rispettivamente la più numerosa, perchè annovera non meno di 6500 ceppi. Fa ottimi frutti e dà buon olio. Mancando in Sardara le macchine si porta il frutto in Lunamatrona.

I poderi sono chiusi a fossi o a muro barbaro: pochissimi hanno siepe viva.

Le tanche per pastura e seminatura sono poche.

Pastorizia. Il bestiame manso de’ sardaresi ha capi bovini 900, cavalli e cavalle 120 per sella e carrettoni, giumenti 500, maiali 130.

Il bestiame rude consiste in vacche 500, capre 300, pecore 3000, porci 2000. Non si educano cavalle per difetto di pascoli adattati.

La beccheria è sempre provveduta.

Nutresi nelle case gran copia di pollame.

Il bestiame rude pascola nel paese. I porci si mandano per ingrassarsi nelle montagne di altri paesi, mancando i ghiandiferi nel sardarese.

I formaggi sono di mediocrissima bontà, e quello che sopravanza alla consumazione del paese, si mette nel commercio.

L’apicoltura è poco studiata e il numero de’ bugni non sorpassa le due centinaja.

Commercio. Vendesi a Cagliari il superfluo de’ prodotti agrari, di grano circa 10 mila starelli, ma poco di orzo e di fave, perchè con queste specie si nutriscono i cavalli e i buoi. Il prezzo di queste derrate e degli altri articoli può notarsi prossimo alle 100 mila lire.

Sono nel paese due sole botteghe di merci e di generi coloniali.

Si celebrano diverse fiere in occasione delle feste; ma la più popolosa ricorre nella festa di s. Maria delle Acque, perchè concorrono alla medesima moltissimi fabbricanti dei varii oggetti merciajuoli e rigattieri.

Religione. I sardaresi sono sotto la giurisdizione del vescovo d’Uselli, o d’Ales. Il clero componesi d’un rettore e di tre viceparrochi, e di qualche altro prete senza cura di anime.

La chiesa principale di mediocre capacità ha per titolare la N. Donna Assunta. È di una sola navata con sette altari, ma poco adornata e fornita. Vedonsi due sole sculture, che abbiano qualche merito, il simulacro della titolare e quello di s. Bartolommeo.

Le chiese minori sono tre nel paese e dedicate, una a s. Gregorio, l’altra a s. Anastasia, la terza a s. Antonio: le due prime sono di antica struttura: nella campagna trovasi presso le terme quella di s. Maria delle Acque (deis Aquas), piccola, e non notevole per alcun rispetto, e non lungi da essa vedonsi le vestigie di un’altra, che diceasi Santudomini.

Nella chiesa di s. Anastasia, se è vero ciò che notasi in un ms. che è un martirologio della chiesa sarda, sono deposti i corpi de’ ss. mm. Severo e Sanluri (?) Le acque del pozzo vicino erano credute salutifere non per virtù naturale, ma per grazia del santo; quindi sono ancora dette aquas deis dolus (acque de’ dolori) e molti si servivano della medesima per bagnarsi.

Non essendosi ancora formato il camposanto serve in sua vece l’antico cemiterio, attiguo alla parrocchia, che resta a un lato del paese.

Le confraternite sono due, una del Rosario, l’altra di s. Anastasia.

Le feste principali con concorso di stranieri sono per la Vergine Assunta, o di Mezzagosto, per s. Gregorio nella prima domenica di settembre, per s. Antonio nella terza domenica dello stesso mese, e per N. Donna delle Acque addì 8 ottobre.

La festa di s. Gregorio Magno si celebra con molta esultanza da’ servitori coloni, perchè in tal giorno finisce il tempo della condotta, che è d’un anno; quella di s. Antonio dalle ancelle, per simile ragione, avendo fine in quel giorno l’anno del pattuito servigio domestico.

Non è alcun giorno festivo, nel quale non facciasi qualche processione, e si celebrino solenni officii per qualche santo, spesso con panegirico. Le messe cantate per legato o particolar divozione sono infinite. Qui, come tutt’altrove in Sardegna, quelli che voglion far bene per la loro anima o per i loro parenti consacrano alle cerimonie religiose parte de’ loro averi, continuando in quel sentimento, che era tanto generale nel medio evo, e nulla alle opere di beneficenza.

La decima si suole appaltare in poco meno di scudi tre mila (ll. n. 15000); ma si può credere che l’appaltatore ne lucri per se altre otto o dieci mila lire. Se si pagasse intera, come si pretende, forse giugnerebbe alle 30 mila.

Per cessione fatta da un parroco, e ratificata dal vescovo e dal Papa in tempo che i gesuiti erano influentissimi in Sardegna e in Roma, godevano essi la decima, e stipendiavano i preti, a’ quali era commessa la cura delle anime. Il rettore suole avere ll. n. 1500, i viceparrochi 375.

Questa iniqua generosità quanto fu proficua a’ gesuiti, tanto fu perniciosa al bene spirituale del popolo, perchè non vollero servire questa parrocchia che quei preti, i quali non potessero essere meglio collocati, cioè i meno atti, che però fossero almeno molto ipocriti, e servilmente ossequiosi al superiore de’ gesuiti.

Antichità. Dentro i termini del Sardarese sono diversi nuraghi, ma i più in gran parte distrutti. Essi sono: il nuragi de Aquas, n. Arigau o Barigau, n. Rubiu, n. de Lorzia, n. de Santudomini, n. de Serretzì, n. de Perra,

n. de Barumeli, n. de su Campana, n. Columbus. Sono in varie distanze dal paese, ma si va a’ più lontani in circa un’ora. Popolazioni antiche. Nel territorio di Sardara erano alcuni luoghi popolati, che ora sono deserti.

Villa d’Abbas o de Aquas, nel luogo dove sono i bagni e le chiese di S. Maria de Aquas e di Santudomini, antichissimo borgo, perchè lo stesso che nell’itinerario di s. Antonino era indicato col nome di Aquae Neapolitanae, perchè compreso nel contado, o cantone dell’antica città di Neapoli (s. Maria di Naboli

o Nabuli in Marceddi), capoluogo dei popoli Neapolitani, o Neapoliti, che era una delle principali tribù sarde ne’ secoli romani.

Questa villa esisteva ancora nel 1387, quando Leonora regina di Arborea insieme co’ sindaci de’ popoli della Sardegna, che erano compresi nel suo stato, o seguivano le sue parti, patteggiò col re di Aragona per la pace.

Il dipartimento di Montereale, composto allora del Borgo di Monreale, di s. Gavino, Villa d’Abbas, Pavigionis (Pabillonis) e Guspini, mandava il suo sindaco, o deputato al congresso, come si vede in un’antica scrittura.

Non essendo in questa alcuna menzione di Sardara, pare che il luogo, dove è ora questo paese, fosse disabitato, e che poi gli abbesi (gli abitanti di villa d’Abbas) che erano in sito poco salubre, fabbricassero dove ora è il paese; sicchè i sardaresi avrebbero progenitori gli abbesi, o acquesi. Forse questo è accaduto non molto dopo l’epoca di Leonora in seguito a qualche pestilenza.

Sopra villa d’Abbas non trovossi finora alcun particolare. Leggesi in un ms., che nella chiesa di s. Maria sieno sepolti due santi martiri, nominati uno Chi-siano, l’altro Passo, e notasi che sieno stati convertiti da s. Efiso, e morti per la fede addì 6 novembre.

Sardara fondata probabilmente, o accresciuta dagli abbesi ricevette altri incrementi da’ borghesi di Monreale, cioè dagli abitanti del castello, ed è per questo che quella collina e alcune parti del prossimo piano sono comprese nel suo territorio.

Non si sa quando il castello restasse disabitato; è però probabile che questa emigrazione avvenisse dopo che gli aragonesi si impossessarono della fortezza, perchè non avranno voluto che vi restassero i sardi, e potessero i marchesi d’Oristano in caso di guerra occuparlo con intelligenza degli abitatori. Se ciò sia, allora i borghesi potranno essersi stabiliti in Sardara

o contemporaneamente o poco dopo degli abbesi; e non credo prima, perchè il territorio, dove è Sardara, era certamente degli abbesi, sul quale però i borghesi non potevano stabilirsi.

Il P. Aleo pretende che in questo territorio fossero popolati altre tre siti, uno detto Moi, l’altro Tronciu, il terzo Sarda. Il medesimo nomina tra le ville spopolate del dipartimento di Moreale Santudomini, che noi crediamo parte dell’antica Villa d’Abbas.

Il nome di Sardara trovasi nel Ritmo che non ha guari è stato pubblicato e illustrato dal cav. Pietro Martini, ed è una scrittura appartenente agli ultimi anni del secolo VII.

Secondo lo scrittore di quei versi, Sardara era sposa di Lesite, il quale fu uno de’ più antichi principi di quel popolo, appellato dal suo nome Lesitano, e che alteratamente in Tolommeo dicesi Celsitano, mentre nello stesso geografo le acque di Fordongianos sono nominate Lesitane. Vos Laesites et Sardara conjuges piissimi feudatores jam massarum… Voi Lesite e Sardara consorti piissimi, che foste fondatori delle masse… cioè che aveano avvantaggiato l’agricoltura, formando in vari punti de’ casali in mezzo a certo spazio di territorio per coltivarlo e pascolarvi il bestiame, sì che non restavano infruttifere tante regioni, che per la lontananza da’ paesi non possono essere coltivate, o lo sono con poco profitto, come accade presentemente. Credo pertanto che le masse, di cui parlasi nel Ritmo non sieno diverse dalle corti, delle quali è frequente menzione nelle carte del medio evo.

Se il nome che ha questo paese, e che avea da tempo antico il luogo, sia una memoria della sposa di Lesite, chi potrà dirlo, quando mancano i documenti?

Il cav. Martini sospetta che Lesite e Sardara sian potuti essere due benefattori della chiesa sarda e benemeriti della patria non solo per l’incremento del culto divino, ma anche per il beneficio civile, dipendente dall’unione in altrettanti punti d’uomini, che saranno stati le origini d’altrettante popolazioni rurali; ma pare a me che sieno di lunghissimo tempo anteriori al cristianesimo, perchè sono nominati dal poeta nell’ordine de’ condottieri o principi delle colonie (ductores gentium) dopo, Iolao e Sardo, avanti del principe iliese Tete, dopo il quale, si conchiude – E peranto, o grandi Duci, gioite

Castello di Monreale. Sopra la collina di questo nome, che fu indicata e che, sebbene non elevata più di metri 281, è molto notevole, perchè sorge sopra un basso piano, fu fabbricato nel medio evo un fortissimo castello.

Non sappiamo l’epoca di sua fondazione, ma è molto probabile che sia stato eretto dopo la espulsione de’ saraceni nel secolo XI per essere un forte posto militare alla difesa della frontiera dell’Arborea nelle guerre contro i giudici pluminesi o di Cagliari, che si erano fortificati in Sellori, e dominavan sulla gran via, alla quale sovrasta.

La circonferenza di questo castello si computa di metri 650 e più, compresa l’opera annessavi al lato contro levante.

Il suo lato meridionale, prospiciente Sangavino, è lungo circa metri 200 con quattro torri e la porta detta di Sangavino tra la seconda e la terza prossimamente a questa.

Il lato contro il ponente è lungo circa metri 120 con due torri e due angoli, uno rientrante, l’altro saliente.

Il lato che riguarda Sardara è lungo metri 260 con due torri e due angoli rientranti e due salienti. Nel lato minore del primo rientrante incontro al maestrale è un’altra porta.

Alla parte di levante è aggiunta un’altra fortificazione, bislunga, dove pare che fossero le caserme del presidio e i magazzini, giacchè nello spazio fra le mura erano le case dei borghesi. Sebbene il luogo sia in massima parte ingombro di macerie, non pertanto è facile di formarne il disegno, il che può giovare per conoscere l’architettura militare di quei tempi.

Le mura sono un po’ inclinate a scarpa e larghe da metri 1,20 a 1,80. In alcuni tratti sono ancora in buono stato.

L’area compresa fra le mura avrà metri 24,000 quadr. in circa; quella della fortificazione aggiunta si può computare di metri 2400.

In alcuni punti vedonsi vestigie di opere esterne.

Nell’area maggiore trovansi molte rovine, e qua e là le fondamenta delle case dei borghesi, e si riconosce la strada, per cui dalla porta di Sardara scendeva-si a quella di Sangavino, e dicevasi Sa ruga manna.

Presso alla porta di s. Gavino a destra di chi deve escire trovasi uno sfossamento con muro semicircolare dentro esso una vasca quadrata, detta Su Zubu, dove pare si raccogliessero le acque piovane.

Con una ispezione più studiosa potrebbesi meglio riconoscere la pianta dell’antico abitato.

Il suolo del borgo pendea una parte verso ponente, l’altra verso austro.

Nel 1323, dopo la presa di Villaisclesias, la infanta Teresa, sposa del principe Alfonso, soffrendo della malaria del Campidano, fu mandata dal suo marito in questo castello accompagnata da cinquanta uomini d’arme scelti, dove fu ricevuta dai presidiari del giudice di Arborea ed alloggiata nella piccola cittadella. Pare che da quel tempo e da questo fatto sia venuto al colle il nome che ritiene ancora di Monreale. È ignoto come si nominasse prima; ma pare probabile che si dicesse Su castellu deis Aquas, o Su castellu de Santu Gavingiu, che dicono pure Baingiu pel già notato vezzo de’ sardi di cangiare il G in B, e altri di s. Aingiu, come ancora più comunemente si appella.

Nel tempo che arse la guerra tra Mariano d’Arborea e il re Pietro, e poi nelle guerre di Ugone contro lo stesso Pietro, e quelle di Leonora contro il suddetto re e i suoi successori Giovanni e Martino, avvennero de’ fatti d’arme sotto il medesimo; ma ci sono ignoti i particolari. Leonora, dopo la morte di Ugone suo fratello, lo riprese da’ ribelli per dedizione.

Nella guerra che mosse Leonora agli aragonesi dopo vinti i ribelli venne in Sardara, e volendo espugnare la città dei Sellori si alloggiò e fortificò in Sardara, donde usciva per frequenti assalti, e finalmente se ne impadronì, ma per renderlo alla pace del 1388. È di questa campagna, che parlasi nel poemetto dei Falliti, pubblicato dal cav. Martini in seguito alla prima pergamena di Arborea.

Era in quei tempi questo castello una posizione importantissima, perchè meglio che quella di Sellori dominava la grande strada dell’isola.

Nell’anno 1409 dopo l’infelice battaglia combattuta dai sardi e dagli aragonesi non lungi da Sellori, presso la chiesa di s. Giorgio (edificata in monumento di quella vittoria) e vinta sopra il Visconte di Narbona e Brancaleone Doria da D. Martino re di Sicilia, una gran parte di narbonesi e arboresi fuggitivi si ricoverò in questo castello.

Quando addì 29 marzo del 1410 Leonardo Cubello fu costretto a patteggiare, questo castello fu occupato dagli aragonesi. Poco dopo, il Cubello essendo stato assediato dal Visconte di Narbona in Oristano, il Torrellas venne in questo castello con quattrocento cavalieri per soccorrere il nuovo marchese, e fatte alcune scorrerie, castigati i popoli che avean favoreggiato il Visconte, introdusse in Oristano cento uomini d’arme.

Temendosi che si potesse in qualche tempo riaccender la guerra degli arboresi contro il governo aragonese, questo continuò a tener presidio in Monreale, e lo rinforzò nel 1470 quando Leonardo di Alagon volle occupare e ritenere il marchesato di Oristano a dispetto de vicerè Nicolò Carroz, che pretendevalo devoluto al Re.

Il Carroz volendo cacciarlo venne a Sardara con milizie sarde e aragonesi, e avendo raccolto altre genti mosse verso Uras; superato in ordinata battaglia presso quel villaggio, dove è la chiesa di s. Salvatore, e costretto a fuggire, lasciò che l’Alagon s’impadronisse del castello di Monreale e del suo dipartimento, come pure dei dipartimenti di Marmilla e Partemonti; e non potendo poscia fronteggiare in campo aperto il vincitore, non potè impedire che questi s’impadronisse anche della città e del castello di Sellori.

Nell’anno 1478 essendo stato finalmente debellato l’Alagon presso Macomer, i regii occuparono tutte le castella presidiate dagli arboresi, e tra queste anco la rocca di Monreale.

Allora finalmente essendo gli arboresi soggiogati, e non avendosi più alcun timore di essi, si tolse il presidio dal castello e si lasciò rovinare.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Sardara
12 Marzo: San Gregorio Magno - Riti religiosi e festeggiamenti civili con manifestazioni culturali e folcloristiche
15 Maggio: Sant’Isidoro - Festeggiamenti in onore del Santo protettore degli agricoltori
13 Giugno: Sant’Antonio da Padova
Agosto: Cristo Redentore
Metà Settembre: Beata Vergine delle Acque - Festa campestre, con processione fino all’omonima chiesetta e spettacoli di intrattenimento. I festeggiamenti durano tre giorni.
12 Novembre: Sant' Anastasia.